Tra i termini più abusati nel dibattito politico contemporaneo vi è quello di populismo. Un concetto dalla natura sfuggente, quasi indefinibile, aperto a molteplici interpretazioni e difficilmente riconducibile a un significato univoco: proprio per tale indeterminatezza, adottato e rivendicato da correnti politiche diverse tra loro.
Ma qual è il vero significato del termine? E come è possibile applicarlo a contesti sociali, politici e culturali tanto differenti?
Già a metà del secolo scorso Isaiah Berlin, tra i maggiori filosofi liberali del Novecento, aveva tentato di rispondere a queste domande nel corso della Conferenza sul Populismo organizzata dalla London School of Economics and Political Science nel 1967: un evento pionieristico che aveva richiamato alcune delle menti più brillanti dell'epoca, studiosi di livello internazionale provenienti da diversi Paesi con l'obiettivo di individuare i criteri generali per una definizione del fenomeno.
Il contributo di Berlin - finalmente disponibile per la prima volta in edizione italiana -, ora tradotto e curato da Sara Bignotti nel libro Populismo. Alla ricerca di una definizione (pp. 128, € 12), arriva in libreria venerdì 24 luglio nella collana Pellicano Rosso di Morcelliana, che già ospita nel proprio catalogo alcuni testi del pensiero berliniano come Sulla ricerca dell'ideale (2023², con Introduzione di Salvatore Veca) e il dialogo con Charles Taylor Individui, comunità, pluralismo (2016).
Il libro parte dal tentativo di dare una definizione al concetto di populismo, permettendo a Berlin di coniare la celebre metafora del «complesso di Cenerentola»: « l’idea che esista una “scarpetta” – la parola “populismo” – per la quale da qualche parte debba esistere un piede. Vi sono tutta una serie di piedi che quasi la calzano, ma non dobbiamo lasciarci ingannare da questi piedi che sembrano della giusta misura”».
L'autore, docente di Teoria sociale e politica all’Università di Oxford, partendo da alcuni esempi di populismo nel mondo, dal caso russo all' America, dall'America Latina ad Asia, Africa e Balcani, cerca di mediare tra due posizioni opposte, “alla ricerca di un’ideale”: da un lato, la convinzione che esista una forma pura di populismo, di cui tutte le altre sarebbero variazioni imperfette, dall'altro, l'idea che il termine possa riferirsi a fenomeni tanto eterogenei da non avere praticamente nulla in comune. Egli pone inoltre a confronto l'oggetto dell'indagine con altri importanti aspetti come il popolo, la religione, i nazionalismi.
Scritto in un’epoca in cui il populismo non aveva ancora assunto la fisionomia odierna, questo saggio rappresenta una delle prime riflessioni sistematiche sul tema e anticipa con sorprendente lucidità alcune delle tensioni e delle contraddizioni che caratterizzano il dibattito politico contemporaneo: a quasi sessant'anni dal suo intervento, la riflessione di Isaiah Berlin, come ogni classico, conserva intatta la sua attualità e invita a interrogarsi sul significato di una delle categorie più utilizzate – e più controverse – del lessico politico contemporaneo, restituendole profondità storica e rigore concettuale, con l'obiettivo di leggere lucidamente il presente.
Emerge quella “metafisica del populismo” con la quale lo stesso Berlin si confronta: «un’idea univoca riguardante la natura dell’essere umano e della società. Un cielo cui tutti i populisti anelano ma che nessuno può afferrare, né chi tenti di definirlo né, viceversa, chi tenti di negarlo».
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