La gloria degli amanti
Enea conosce soltanto due movimenti: avvicinarsi e scappare.
Giovane studente di cinematografia, insegue la gloria con la ferocia cieca di
chi confonde il desiderio con il destino. Ma Gloria è anche una donna — e in
lei si concentrano, in una vertigine di forme sempre mutevoli, il peccato e la
rivelazione, la caduta e la redenzione, il volto umano del divino e quello più
oscuro, forse più vero. Valeria Santoro costruisce il suo romanzo d’esordio in
una lingua onirica e precisa, nutrita di miti greci e di visioni, dove la
realtà cede continuamente il passo a qualcosa di più antico e di più urgente.
In questo spazio sospeso — tra sogno e veglia, tra sacro e carnale — si muove
Enea nella sua fuga quasi surreale, verso una consapevolezza di sé ancora vaga,
ancora da guadagnare. Il rosso percorre il romanzo come un filo di sangue: è il
rosso della rabbia e della passione, del divino che brucia e del diabolico che
seduce. È il colore che tinge gli amanti, li insegue, li trasforma. La gloria
degli amanti è un libro sognato e bruciante, una storia d’iniziazione in cui la
gloria non è mai soltanto una conquista — ma sempre anche una perdita, una
ferita, un nome di donna pronunciato nel buio.
Valeria Santoro è nata a Crotone nel 2005, ha ricevuto una
formazione classica che traspare in tutti i suoi scritti. Vive a Roma, dove
studia Mediazione Linguistica e Interculturale all’Università La Sapienza. La
gloria degli amanti è il suo primo romanzo.
Tutte le morti di Emily Winter
Emily Winter muore sedici volte. Muore prima di nascere, con
il cordone intorno al collo. Muore a nove mesi, infilando un dito nella presa
elettrica. A tre anni, cadendo dallo scivolo. A quattro, annegando in un mare
che la spaventa. A cinque, perdendosi in un bosco durante il nascondino. A
otto, di cancro. A dieci, investita da un camion. E poi ancora — scivolando sui
pattini, precipitando da una scogliera, accoltellata per strada, in un
incidente aereo, di ictus, nel sonno a novant’anni. Ma Emily non muore mai
davvero — o non sempre. Accanto a ogni morte c’è una non-morte: il momento in
cui qualcosa si sposta di poco, una mano che arriva in tempo, uno sguardo
distolto, una decisione diversa, e la vita continua. Emily è figlia, poi è
madre. L’amore materno è anche questo — una veglia perpetua sull’orlo del
precipizio, un catalogo mentale di tutti i modi in cui il mondo potrebbe
portarti via chi ami di più. Guadalupe Eichelbaum costruisce un romanzo
inclassificabile — parte favola, parte anatomia del lutto — in cui la stessa
esistenza si ramifica all’infinito mentre intorno a Emily si raccolgono le voci
di chi l’ha amata: genitori, fratelli, mariti, figli, nipoti, amici, vicini,
persino la badante che non conosceva la vera Emily. Ciascuno porta il peso di
una perdita che non si lascia archiviare, e ciascuno rivela quanto sia sottile
il confine tra una vita e la sua assenza. Eichelbaum porta in questo romanzo lo
stesso sguardo onirico e la stessa precisione lirica che caratterizzano i suoi
versi. Tutte le morti di Emily Winter è un libro sulla caducità e sulla fortuna
— quella silenziosa, quotidiana — di essere ancora qui.
Guadalupe Eichelbaum scrive poesia e narrativa. È autrice di
più di una decina di romanzi. Tutte le morti di Emily Winter è il suo primo romanzo
tradotto in italiano.
Parte del caos
Tra Pesth, Vienna, Kiev e Bucarest, in un’Europa che porta
ancora addosso la febbre della storia – aristocrazie in declino, rivolte
soffocate nel sangue, brigantaggio, legge marziale – Donne crudeli costruisce
una geografia del desiderio dove l’intimità non è mai privata ed è sempre un
campo di forza. Le protagoniste di questi racconti, spietate e lucidissime, non
incarnano la seduzione come promessa, ma come potere esercitato: sono donne che
decidono, governano, puniscono e trasformano la passione in dominio.
Nell’universo narrativo di René Charvin, la perversione è una grammatica e la
violenza una forma di controllo implacabile: un femminismo ante litteram che
non chiede di essere compreso, né giustificato. Un libro estremo, senza
consolazioni, e proprio per questo affascinante. Donne crudeli non addomestica:
mette in scena il desiderio come gerarchia e il corpo come territorio politico,
perché la libertà – per chi la prende – può avere la forma del comando.
Ariel Urquiza è nato a Tres Arroyos, nella provincia di
Buenos Aires (Argentina), nel 1972. È scrittore, giornalista e traduttore
dall’inglese. Il suo romanzo Ya pueden encender las luces è stato finalista al
III Premio Eugenio Cambaceres, organizzato dalla Biblioteca Nazionale. La
raccolta di racconti No hay risas en el cielo ha vinto il Premio Casa de las
Américas nel 2016 ed è stata finalista al Premio Iberoamericano di Racconto
Gabriel García Márquez nel 2017. Parte del caos, per la prima volta tradotto in italiano,
conferma il suo grande talento narrativo.
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